Lo sterco telefonico
Dai magistrati non mi aspetto più niente. Senza incontrare resistenze nell’Italia parruccona che dice di nutrirsi del senso del diritto e della legalità, il loro partito combattente inonda le cancellerie delle procure e le Camere, da anni, di faldoni chilometrici, botte di decine di migliaia di pagine, con le conversazioni private di cittadini italiani (ministri, imprenditori, lobbisti, giornalisti, banchieri, amanti, parenti, amici: basta che telefonino). Leggi Come risolvere il problema delle intercettazioni
9 AGO 20

Sono invece stordito dalla sordità di Ferruccio de Bortoli, di Ezio Mauro, di Mario Calabresi e degli altri direttori di giornale che non appartengono alla stirpe teppistica dei tabloid che vivono di infamia. E sono stupefatto della facilità etica e culturale con cui gli editori, la Fiat, gli “evoluti” del Corriere (un cattolico bresciano di buona cultura come Giovanni Bazoli, Mediobanca, le Generali, i Montezemolo e i Della Valle) permettono che si compia questo scempio. Pubblicare un testo in cui un ministro è definito “brutta mignotta” o un qualunque altro brano di conversazione privata capace di lordare chiunque, roba che non ha rilevanza all’infuori della generica caccia all’uomo e alla sua sfera privata, non è un atto di buona informazione, non è un atto di giustizia e di riparazione morale di torti, non è un gesto di coraggio, non è espressione di radicalismo neopuritano: è solo una mascalzonata. E allora, perché tanta gente che non dovrebbe farlo, si comporta da mascalzone? Perché non esistono costituzionalisti di establishment, tutori della deontologia giornalistica e dell’etica pubblica, oratori e profeti della felicità della democrazia, che è rispetto delle persone e governo della legge, capaci di insorgere, verbo tanto abusato, contro questo sconcio, e di dire la verità? Sono condizionati, forse? Ricattati? Complici? Sono assuefatti? Pensano che non sia possibile realizzare altrimenti i loro scopi politici, che i mezzi siano giustificati dal fine?
Ma questo atteggiamento è appena comprensibile nella politica, quando si tratti di vita e di morte dello stato, o del partito identificato con lo stato. Si può comprendere l’indulgenza dei capitribù di una scassata Seconda Repubblica: mors tua vita mea, se le intercettazioni a raffica, e la loro gestione scandalosamente punitiva verso la libertà di comunicazione delle persone, indeboliscono il mio nemico, allora io faccio come un D’Alema comunque, come un intercettato alla deriva qualunque, mi piego ai magistrati, dico che non si può fare alcunché, conto sullo status quo, uso lo sterco nella battaglia. Ma le posizioni che dovrebbero essere almeno metodologicamente terze, che dovrebbero tutelare, anche da tribune politicamente impegnate, la civiltà dei rapporti giuridici, politici ed etici della comunità, quella lunga teoria di scrittori, di datori di lezioni, di editorialisti, gente che dovrebbe conoscere il valore della privacy, perché non parlano, perché pubblicano e lasciano pubblicare schifezze adducendo il falso motivo della completezza dell’informazione, perché non denunciano l’immenso scandalo che è sotto gli occhi di tutti? E quella gente pigra che sono i giornalisti della stampa estera in Italia, non si accorgono dell’enormità di un fenomeno di cui non si vede alcun paragone nelle democrazie moderne in occidente? Caro John Micklethwait, lei è un uomo di mondo, un giornalista brillante e intelligente, ma è mai possibile che un giornale liberalconservatore come il suo Economist non eserciti le sue doti di penetrazione e di ironia sullo stato di polizia origliante che c’è in Italia?
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
